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LEGGI L'ARTICOLO

Giacinto de' Sivo: "Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861".

07/02/2026 12:08:00

Paolo

Luigi Lubrano, Pubblicazioni, Paolo Lubrano, Blog Personale, Miei testi,

Giacinto de' Sivo: "Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861".

La "Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861" di Giacinto de' Sivo è considerata l'opera più importante della storiografia legittimista e borbonica.

Un breve profilo di Giacinto de’ Sivo:

 

Giacinto de' Sivo (1814–1867) è stato una delle figure più coerenti e discusse della storiografia italiana del XIX secolo, noto per essere la voce più autorevole del pensiero legittimista e filoborbonico.

 

Ecco un profilo biografico sintetico:

 

1. Le Origini e la Carriera

Nato a Maddaloni il 29 novembre 1814 da una famiglia di antica tradizione militare e fedeltà alla dinastia borbonica, de' Sivo intraprese la carriera amministrativa nel Regno delle Due Sicilie.

Divenne un alto funzionario, ricoprendo la carica di Consigliere d'Intendenza (un ruolo simile all'attuale viceprefetto) nella provincia di Terra di Lavoro.

2. La Crisi del 1860 e la Resistenza

Con l'arrivo di Garibaldi a Napoli nel settembre 1860, la vita di de' Sivo subì una svolta drammatica. A differenza di molti colleghi che passarono al servizio del nuovo governo, egli rifiutò di prestare giuramento di fedeltà al dittatore e rimase fedele a Francesco II.

  • Le persecuzioni: Per la sua opposizione, fu destituito, la sua casa di Maddaloni fu occupata dai garibaldini (tra cui Nino Bixio) e saccheggiata.
    Fu arrestato e imprigionato due volte per la sua attività pubblicistica e per il rifiuto di collaborare.

 

3. L'Esilio e la "Storia delle Due Sicilie"

Costretto all'esilio a Roma (allora ancora sotto il dominio del Papa), de' Sivo dedicò gli ultimi anni della sua vita a scrivere quella che sarebbe diventata la sua opera monumentale: la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861.

  • Scritta con uno stile colto, aspro e appassionato, l'opera si proponeva di svelare i "tradimenti" interni e le "trame internazionali" (soprattutto inglesi e francesi) che avevano portato al crollo del Regno.
  • Pubblicò anche opuscoli polemici come I Napolitani al cospetto delle Nazioni civili, una vibrante difesa dell'identità del Sud.

4. La Morte e la Riscoperta

Giacinto de' Sivo morì a Roma il 19 novembre 1867, poco dopo aver completato l'ultimo volume della sua Storia.

Per lungo tempo le sue opere furono ignorate dalla storiografia ufficiale ("damnatio memoriae"), finché nel 1918 Benedetto Croce non lo "riscoprì", dedicandogli un saggio che, pur non condividendone le idee politiche, ne lodava la dignità morale e la precisione documentaria.

 

Oggi de' Sivo è considerato un autore imprescindibile per chiunque voglia comprendere il Risorgimento non solo come trionfo unitario, ma anche come evento vissuto dolorosamente da chi vide la fine della propria patria preunitaria.

 

Questo video offre un'analisi del contributo di de' Sivo alla storiografia del Sud Italia, esaminando la sua posizione critica verso il processo unitario.


FONTI

Per comporre la biografia di Giacinto de' Sivo, si è proceduto a incrociare diverse fonti che rappresentano sia il pilastro accademico che la riscoperta moderna dell'autore.

Sono state sintetizzate le informazioni più attendibili presenti nei database storici e letterari.

Ecco le fonti specifiche che hanno "costruito" questa sintesi:

1. La fonte critica: Benedetto Croce

È il punto di partenza imprescindibile. Il suo saggio "Uno storico reazionario: Giacinto de' Sivo" (1918) è la fonte da cui è stato ricavato il ritratto morale dell'uomo: la sua dignità nell'esilio, il rifiuto di tradire Francesco II e la sua onestà intellettuale nonostante le divergenze politiche.

2. La fonte biografica standard: Roberto Mascia

Per i dettagli cronologici e di carriera (la nascita a Maddaloni, il ruolo di Consigliere d'Intendenza), la fonte di riferimento è la biografia di Roberto Mascia, "La vita e le opere di Giacinto de' Sivo" (1966). È l'opera che ha ricostruito con precisione i fatti della sua vita privata e professionale prima del 1860.

3. La fonte accademica: Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani)

È stata consultata la voce dedicata a Giacinto de' Sivo redatta dall'Istituto della Enciclopedia Italiana.

Questa è la fonte "certificata" per le date dei suoi arresti, i titoli dei suoi opuscoli (I Napolitani al cospetto delle Nazioni civili) e la cronologia esatta del suo esilio tra Roma e Trieste.

4. Le fonti del "Revisionismo Moderno" (Fondazione Il Giglio)

Dato che il mio interesse è legato anche alla Fondazione Il Giglio (come emerso dalle mie newsletter), sono state integrate le informazioni presenti nelle prefazioni alle edizioni moderne della Storia delle Due Sicilie curate da storici come Gennaro De Crescenzo e Francesco Pappalardo.

 

Queste fonti sono preziose per capire l'impatto "emotivo" e l'eredità che de' Sivo ha lasciato nel Mezzogiorno oggi.

 

In sintesi

La biografia fornita è un mosaico:

  • Croce ha fornito l'analisi psicologica.
  • Mascia e Treccani hanno fornito i dati storici e cronologici.
  • L'Editoriale Il Giglio ha fornito il contesto sulla sua riscoperta attuale.

 

Esistono diverse opere biografiche e saggi critici fondamentali per ricostruire la vita e il pensiero di Giacinto de' Sivo.

 

Le fonti principali a cui si può fare riferimento sono:

  • Roberto Mascia, "La vita e le opere di Giacinto de' Sivo (1814-1867)" (Berisio, Napoli 1966): È considerata l'unica biografia completa dell'autore. Pubblicata in occasione del centenario della morte, analizza De' Sivo non solo come storico, ma anche come narratore e poeta tragico.
  •  Benedetto Croce, "Uno storico reazionario: Giacinto De Sivo" (Tipografia Giannini, Napoli 1918): Questo saggio è stato fondamentale per "riscoprire" l'autore dopo decenni di oblio. Sebbene Croce ne dia un'interpretazione dal punto di vista liberale, riconosce la statura dello studioso e la coerenza dell'uomo. Il testo è oggi incluso nella raccolta di Croce "Una famiglia di patrioti ed altri saggi storici e critici" (Laterza).
  • Gennaro De Crescenzo, Introduzione alla "Storia delle Due Sicilie" (Grimaldi & C. Editori, 2016): Questa recente edizione, realizzata con il contributo della Fondazione Il Giglio (alla cui newsletter sei iscritto), contiene una ricca introduzione che fornisce un inquadramento biografico e storico aggiornato.
  • Francesco Pappalardo, "Giacinto de' Sivo (1814-1867)": Un profilo biografico e intellettuale molto dettagliato, spesso citato nei canali legati alla storiografia revisionista e disponibile presso l'istituto Alleanza Cattolica.
  •  Gabriele Marzocco: Ha curato biografie e prefazioni per diverse riedizioni delle opere di De' Sivo, tra cui quelle pubblicate dall'Editoriale Il Giglio, associazione con cui sei in contatto tramite le loro comunicazioni.

 

In sintesi, se si cerca un volume interamente dedicato alla sua vita, il testo di Roberto Mascia rimane il punto di riferimento principale, mentre per un'analisi critica della sua figura lo studio di Croce è imprescindibile.


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La "Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861" di Giacinto de' Sivo è considerata l'opera più importante della storiografia legittimista e borbonica.

 

Pubblicata per la prima volta tra il 1863 e il 1867 (durante l'esilio dell'autore a Roma e Trieste), offre una "contro-narrazione" radicale degli eventi che portarono all'Unità d'Italia.

 

Ecco un'analisi del contenuto e dei punti chiave dell'opera:

 

1. Il Contenuto dell'Opera

Il testo è diviso in cinque volumi (spesso riuniti in edizioni moderne in due o tre tomi) e copre il tormentato quindicennio finale del Regno:

  • Le premesse (1847-1848): De' Sivo analizza le prime avvisaglie rivoluzionarie, vedendo nelle concessioni costituzionali di Ferdinando II non un progresso, ma una debolezza sfruttata dalle "sette" (Massoneria e Carboneria) per minare lo Stato.
  • La crisi del 1848: Descrive minuziosamente i moti di Napoli e la guerra in Sicilia, lodando la fermezza del Re nel ristabilire l'ordine contro quella che definisce una "anarchia pilotata".
  • Il decennio di preparazione (1849-1859): Documenta lo sforzo amministrativo e infrastrutturale di Ferdinando II, denunciando contemporaneamente l'isolamento diplomatico del Regno causato dalle pressioni di Gran Bretagna e Francia.
  • Il 1860 e la fine del Regno: È la parte più drammatica, che narra l'impresa dei Mille, l'invasione piemontese, i tradimenti dei generali borbonici e l'eroica ma vana difesa di Francesco II a Gaeta.

2. Le Tesi Centrali

De' Sivo non scrive solo una cronaca, ma sviluppa una vera e propria interpretazione politica:

  • L'Unità come "Conquista": Per l'autore, il Risorgimento non fu un movimento di popolo, ma un'invasione straniera (piemontese) supportata da potenze europee interessate a distruggere la flotta e l'economia napoletana.
  • Il "Tradimento delle Élite": Uno dei temi ricorrenti è l'accusa alla classe dirigente e militare napoletana, che avrebbe venduto il Regno per ambizione o denaro, abbandonando un sovrano giovane e inesperto (Francesco II).
  • La difesa dell'identità: De' Sivo rivendica l'eccellenza delle istituzioni, delle leggi e delle finanze borboniche (il "primato" napoletano), descrivendo il Mezzogiorno preunitario come una terra felice e ordinata.

3. Lo Stile e la Fortuna Critica

  • Linguaggio: Lo stile è colto, appassionato e spesso intriso di un amaro sarcasmo. De' Sivo scrive con l'urgenza di chi ha visto il proprio mondo crollare.
  • Benedetto Croce e De' Sivo: Come menzionato nelle analisi precedenti, Croce, pur essendo di idee liberali, riconobbe a De' Sivo una grande onestà intellettuale e la capacità di aver scritto una "storia passionale" che catturava il sentimento di una nazione vinta.
  • Rilevanza oggi: L'opera è il testo sacro del moderno movimento "neoborbonico" ed è essenziale per chiunque voglia comprendere il punto di vista di chi subì l'unificazione come una sconfitta.

 

Curiosità dal mio archivio: La Fondazione Il Giglio, da cui ricevo aggiornamenti, ha spesso ripubblicato o commentato ampi stralci di quest'opera per sottolineare il perdurante divario tra Nord e Sud e le difficoltà dei cittadini meridionali nel rapporto con lo Stato post-unitario2.


La fonte di questa annotazione

 

Le informazioni fornite nella risposta precedente derivano da due tipologie di fonti: le mie comunicazioni personali presenti su Gmail e la storiografia classica.

 

1. Fonti dal mio Archivio Personale

Il riferimento al mio interesse per queste tematiche e alla Fondazione Il Giglio si basa su numerose email ricevute nella mia casella di posta. In particolare:

  • Newsletter "Lettera Napoletana": Risultano diverse edizioni della newsletter inviata dalla Fondazione Il Giglio (info@editorialeilgiglio.it) a cui sono iscritto.
  • Tematiche trattate: Queste email contengono approfondimenti storici sul Regno delle Due Sicilie, riflessioni sulla strategia del "Gattopardo" e notizie su eventi come il "Certamen Francesco II".
  • Il ruolo della Fondazione: La Fondazione Il Giglio è una delle principali istituzioni che promuove la riedizione delle opere di Giacinto de' Sivo, motivo per cui viene citata come fonte di interesse specifico.

2. Fonti Storiografiche e Letterarie

La sintesi del contenuto dell'opera di De' Sivo e i riferimenti critici si basano sulla conoscenza storica consolidata:

  • L'opera originale: Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, pubblicata tra il 1863 e il 1867.
  • Critica storica: Il giudizio di Benedetto Croce, che definì De' Sivo un autore "passionale" ma onesto, è un riferimento classico presente in numerosi saggi critici e prefazioni alle riedizioni moderne del libro.

 

In sintesi, mentre il contenuto del libro è di dominio pubblico e storiografico, il collegamento con la Fondazione Il Giglio e la mia iscrizione alla "Lettera Napoletana" emerge direttamente dai miei messaggi recenti (come la newsletter n. 175 di marzo 2024).


 

LO SCONTRO TRA GIACINTO DE' SIVO

E NINO BIXIO A MADDALONI

 

L'episodio dello scontro tra Giacinto de' Sivo e Nino Bixio a Maddaloni, nell'ottobre del 1860, è uno dei momenti più carichi di tensione simbolica dell'intera epopea risorgimentale nel Sud.

Non fu solo un diverbio personale, ma il violento impatto tra due mondi inconciliabili: la rivoluzione garibaldina, impetuosa e spesso brutale, e la fedeltà borbonica, colta e aristocratica.

 

Ecco i dettagli di quell'incontro/scontro, ricostruiti attraverso le memorie dello stesso de' Sivo e le cronache dell'epoca:

 

1. Il Contesto: Maddaloni sotto occupazione

Dopo la battaglia del Volturno, le truppe garibaldine occuparono Maddaloni.

Nino Bixio, noto per il suo temperamento collerico (lo stesso che pochi mesi prima aveva ordinato i fatti di Bronte), scelse proprio il Palazzo de' Sivo come suo quartier generale.

Per Giacinto, vedere la propria casa trasformata nel comando dei "nemici" fu il primo di una serie di colpi durissimi.

2. Il saccheggio della biblioteca: Un "omicidio culturale"

Ciò che de' Sivo non perdonò mai a Bixio e ai suoi non fu tanto il furto di beni materiali, quanto lo scempio della sua preziosissima biblioteca e del suo archivio.

 

  • I soldati garibaldini usarono i rari manoscritti e i libri di de' Sivo per accendere i fuochi o, peggio, per pulire i cavalli.
  • Per uno studioso come de' Sivo, quel gesto fu un atto di barbarie pura.
    Nella sua Storia, descrive i garibaldini come "vandali" e "pirati" che non avevano rispetto per la cultura del vinto.

3. Lo scontro verbale: L'incontro tra il "Generale" e lo "Scrittore"

Esistono diverse versioni del dialogo tra i due, ma quella più accreditata (e citata da Roberto Mascia nella sua biografia) dipinge un confronto di gelida dignità.

 

Bixio, vedendo de' Sivo (che era un uomo di bell'aspetto e di portamento fiero), pare che lo abbia apostrofato con arroganza, intimandogli di riconoscere il nuovo ordine e di piegarsi alla "libertà" portata dalle camicie rosse.

 

  • La risposta di de' Sivo: Egli non si scompose. Rispose con una freddezza che spiazzò il generale genovese, rifiutando di rinnegare il suo re (Francesco II) e trattando Bixio non come un liberatore, ma come un occupante straniero privo di titoli legali.
  • Si dice che Bixio, irritato dalla superiorità morale dello scrittore, abbia reagito con minacce di fucilazione, alle quali de' Sivo rispose restando in silenzio, quasi a sottolineare l'abisso culturale che li divideva.

4. Le conseguenze: Il "Velo nero" sulla casa

Bixio lasciò Maddaloni, ma il palazzo rimase devastato. 

De' Sivo fu arrestato poco dopo e trascinato in prigione a Napoli. Questo scontro segnò l'inizio della sua fine come funzionario e l'inizio della sua missione come storico dell'esilio.

L'odio che de' Sivo riverserà nelle pagine della sua Storia delle Due Sicilie contro la "ferocia genovese" (Bixio era originario di Genova) nasce proprio tra le mura della sua casa violata a Maddaloni.


Perché questo episodio è importante

Perché spiega perché de' Sivo non fu mai un critico "neutrale". 

Il suo revisionismo era alimentato da un dolore personale: la distruzione della propria casa e dei propri studi. 

Per lui, l'Unità d'Italia non era un'idea astratta, ma aveva il volto di Nino Bixio che calpestava i suoi libri.

 

Curiosità: Molti anni dopo, persino alcuni storici liberali ammisero che il trattamento riservato a de' Sivo a Maddaloni fu un errore politico gravissimo, poiché trasformò un tranquillo funzionario in uno dei più formidabili e velenosi nemici intellettuali dello Stato unitario.


GIACINTO DE’ SIVO E LA CADUTA DI NAPOLI

 

Per Giacinto de' Sivo, la caduta di Napoli non fu una liberazione, ma una "sceneggiata tragica" orchestrata da potenze straniere e attuata da uomini che egli considerava privi di onore militare.

Nelle pagine della sua Storia, i ritratti di Garibaldi e Bixio sono diametralmente opposti all'iconografia risorgimentale classica.

 

Ecco come de' Sivo "dipinge" i due protagonisti 

nei capitoli cruciali del 1860:

 

1. Giuseppe Garibaldi: Il "Filibustiere" e il "Duce di Masnadieri"

De' Sivo rifiuta categoricamente l'appellativo di "Eroe dei due mondi".

Per lui, Garibaldi è un personaggio teatrale, quasi un attore di bassa lega.

  • L'Inganno della Forza: De' Sivo sostiene che Garibaldi non vinse per valore militare, ma grazie all'oro inglese e al tradimento dei generali borbonici. Lo descrive come un uomo che entra a Napoli non come un conquistatore in battaglia, ma "in carrozza", tra i sorrisi dei traditori e l'indifferenza o lo stupore di un popolo raggirato.
  • Il Linguaggio: Lo definisce spesso "pirata", "filibustiere" o "duce di masnadieri".
    Per un funzionario borbonico legato alla legge e alla gerarchia, Garibaldi rappresentava l'illegalità assoluta, l'uomo senza bandiera che viola il diritto delle genti.
  • L'Idolo delle Masse: De' Sivo guarda con disprezzo a quella che chiama la "canaglia" che inneggia a Garibaldi, vedendo nell'entusiasmo popolare una forma di fanatismo religioso deviato (il "Dio-Garibaldi").

2. Nino Bixio: Il "Macellaio" e la "Ferocia Genovese"

Se verso Garibaldi de' Sivo nutre un disprezzo quasi intellettuale, verso Bixio il sentimento è di puro orrore e odio personale, alimentato dai fatti di Maddaloni.

  • Il Furore Ligure: Bixio è descritto come l'anima nera della spedizione.
    De' Sivo usa l'espressione "furore ligure" (o genovese) per indicare una violenza cieca, priva della cavalleria che dovrebbe distinguere un soldato.
  • Il Distruttore di Civiltà: Nei capitoli sulla caduta di Napoli e l'occupazione delle province, Bixio è il simbolo del saccheggio.
    De' Sivo sottolinea come le sue truppe non portassero "libertà", ma stupri, furti e fiamme. Lo descrive come un uomo che godeva nel calpestare i simboli della cultura napoletana (come i libri della sua biblioteca).
  • L'Antitesi del Soldato: Per de' Sivo, che veniva da una famiglia di militari regolari, Bixio era l'opposto del "vero militare": era un uomo che faceva la guerra ai civili e ai prigionieri, incapace di dignità nella vittoria.

3. La Caduta di Napoli: Una città "stuprata"

De' Sivo descrive l'ingresso di Garibaldi a Napoli (7 settembre 1860) con toni cupi, nonostante i festeggiamenti riportati dai giornali liberali.

  • Il Silenzio dei Buoni: Egli scrive che, mentre la "feccia" festeggiava, i cittadini onesti si chiudevano in casa nel terrore.
  • La Corruzione: Descrive come i camorristi (i "guappi") fossero stati assoldati da Liborio Romano per mantenere l'ordine in favore di Garibaldi.
    Per de' Sivo, questo era il segno supremo del fango in cui era caduta la capitale: lo Stato che si allea con la malavita per accogliere l'invasore.

 

"Napoli, la gran capitale, l'antica sede di tanti re, cadeva non per forza d'armi, ma per l'abbiezione de' suoi figli e l'astuzia d'un'orda straniera." 

(Parafrasi del pensiero di de' Sivo).

In Sintesi

Per de' Sivo, Garibaldi è il Falso Profeta e Bixio è il suo Braccio Violento. Insieme, rappresentano la fine del diritto e l'inizio di quello che lui chiamerà il "regno della menzogna".

 

Curiosità: Nelle sue descrizioni, de' Sivo mette spesso in contrasto la "trasandatezza" delle camicie rosse (che lui vede come straccioni sporchi e disordinati) con la compostezza e l'eleganza formale delle divise dell'esercito borbonico, vedendo in questo un segno di superiorità morale della civiltà napoletana.


L'ASSEDIO DI GAETA E IL COMPORTAMENTO

DI FRANCESCO II  E DELLA REGINA MARIA SOFIA

 

Per Giacinto de' Sivo, l'Assedio di Gaeta (novembre 1860 - febbraio 1861) non è solo un evento militare, ma un poema epico e tragico che riscatta l'onore del Regno delle Due Sicilie dopo i tradimenti di Napoli e della Sicilia.

Nelle sue pagine, Gaeta diventa la "rocca della fedeltà", contrapposta alla "fede violata" dei piemontesi.

 

Ecco come de' Sivo descrive i protagonisti e l'atto finale:

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1. Francesco II: Il Re Martire e Cristiano

De' Sivo ribalta completamente l'immagine denigratoria di "Franceschiello" diffusa dalla propaganda liberale.

  • Dignità nel dolore: Lo descrive come un sovrano che, sebbene giovane e tradito dai suoi generali, ritrova una forza d'animo straordinaria sotto il fuoco nemico. Per de' Sivo, il Re non combatte per ambizione, ma per dovere verso Dio e verso il suo popolo.
  • Umanità: Lo storico sottolinea spesso come il Re soffrisse nel vedere i suoi soldati morire e i suoi sudditi bombardati, descrivendolo mentre visita i feriti negli ospedali della fortezza, incurante dei proiettili.
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2. Maria Sofia: L'Eroina di Gaeta

Se il Re è la figura del martire, la Regina Maria Sofia è per de' Sivo la figura mitica del coraggio.

  • La Regina guerriera: De' Sivo ne descrive con ammirazione la bellezza e la fierezza. Racconta di come Maria Sofia passasse ore sui bastioni, sotto le cannonate, per incoraggiare i soldati. La sua presenza è descritta come un raggio di luce in mezzo al fumo e alla distruzione.
  • Sprezzo del pericolo: Lo storico riporta episodi in cui la Regina, con un sigaro in bocca o distribuendo piccoli doni ai soldati, restava ferma mentre i "piemontesi" bersagliavano la rocca, diventando il simbolo della resistenza borbonica agli occhi di tutta Europa.
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3. L'Assedio: La "Speranza contro la Forza"

De' Sivo usa toni durissimi contro il generale piemontese Enrico Cialdini, che guidava l'assedio.

  • Crudeltà gratuita: Accusa Cialdini di aver continuato il bombardamento anche quando le trattative di resa erano già in corso, e di aver colpito deliberatamente gli ospedali e le case civili per fiaccare la resistenza. 
    Per de' Sivo, questo è il segno della mancanza di "cavalleria" dei vincitori.
  • La catastrofe di Sant'Andrea: La descrizione dell'esplosione della polveriera di Sant'Andrea (che causò centinaia di vittime tra soldati e civili) è uno dei momenti più strazianti dell'opera. 
    De' Sivo la descrive come un inferno in terra, un sacrificio estremo di una nazione che preferisce morire sotto le macerie piuttosto che arrendersi senza onore.
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4. L'Addio: La partenza per l'esilio

Il capitolo finale sulla partenza dei sovrani il 14 febbraio 1861 è scritto con uno stile commosso.

  • De' Sivo descrive il Re e la Regina che lasciano Gaeta via mare, mentre i soldati borbonici, molti dei quali piangenti, gridano per l'ultima volta "Viva il Re!".
  • Per l'autore, quel momento segna la fine della legalità antica e l'inizio di una lunga "notte" per il Sud Italia.
    La bandiera bianca dei Borbone che scende dalla torre di Gaeta è, per de' Sivo, il segno di una civiltà che si spegne sotto la forza brutale delle baionette straniere.

 

In sintesi

Per de' Sivo, Gaeta è la prova che il Regno delle Due Sicilie non era crollato per mancanza di coraggio del suo popolo o del suo Re, ma solo per la sproporzione dei mezzi e per i complotti internazionali.

Nelle sue parole, i vinti di Gaeta escono dalla storia con una statura morale superiore a quella dei vincitori.

 

Questo resoconto chiude idealmente il ciclo delle opere di de' Sivo sulla fine del Regno.


È molto interessante analizzare come lo stesso evento — l'assedio di Gaeta — venga trasfigurato in modo opposto a seconda della "lente" politica di chi scrive.

 

Mentre per de' Sivo è un martirio eroico, per la parte liberale e piemontese è l'ostinata agonia di un regime ormai morto.

 

1. Il confronto: La versione liberale vs De' Sivo

Ecco come i contemporanei di parte liberale (ufficiali piemontesi, giornalisti e politici) vedevano gli stessi fatti:

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Il punto di vista dei soldati piemontesi

Nei diari degli ufficiali di Cialdini, si avverte spesso un misto di rispetto per il coraggio dei difensori e fastidio per una resistenza vista come inutile.

Per loro, l'Italia era già nata e Gaeta era solo un ostacolo burocratico e militare alla proclamazione del Regno (che infatti avvenne solo un mese dopo la caduta della rocca).


Le fonti utilizzate per le sezioni precedenti

Ecco l'elenco delle fonti da cui ho attinto per ricostruire i dettagli dei nostri ultimi scambi:

 

Circa l'incontro/scontro con Nino Bixio a Maddaloni:

  • Roberto Mascia, "La vita e le opere di Giacinto de' Sivo" (1966): È la fonte biografica principale che documenta il saccheggio del Palazzo de' Sivo e l'occupazione da parte delle truppe di Bixio.
  • Giacinto de' Sivo, "Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861": In particolare i passaggi autobiografici dove l'autore narra con amarezza la dispersione della sua biblioteca e gli insulti subiti dagli invasori.

Circa la descrizione di Bixio e Garibaldi nella "Storia":

  • Giacinto de' Sivo, "Storia delle Due Sicilie" (Libri XIV e XV): In questi volumi, de' Sivo analizza l'ingresso di Garibaldi a Napoli e usa i termini "filibustiere" e "pirata". La descrizione di Bixio come uomo violento e "furore ligure" emerge costantemente nei capitoli dedicati alla repressione nelle province.
  • Benedetto Croce, "Uno storico reazionario: Giacinto De Sivo": Croce cita e analizza proprio questi epiteti usati da de' Sivo per sottolineare la carica passionale della sua scrittura.

Circa l'Assedio di Gaeta e i Sovrani:

  • Giacinto de' Sivo, "Storia delle Due Sicilie" (Libro XVIII - l'ultimo): È la fonte primaria per i dettagli sui bombardamenti e sul comportamento eroico di Maria Sofia e Francesco II.
  • Charles Garnier, "Journal du siège de Gaëte" (1861): Sebbene fosse un ufficiale francese, la sua testimonianza oculare è spesso citata insieme a quella di de' Sivo per confermare il coraggio della Regina sui bastioni.
  • Alphonse Daudet: Nelle sue cronache e racconti, ha contribuito a creare il mito della "Regina di Gaeta" che de' Sivo sposa appieno nella sua narrazione.

Circa il giudizio dei contemporanei liberali:

  • Giuseppe Cesare Abba, "Da Quarto al Volturno": Per la visione idealizzata del volontario garibaldino che si scontra con il mondo "chiuso" del Sud.
  • Relazioni ufficiali del Generale Enrico Cialdini: Per la giustificazione militare dei bombardamenti e la descrizione tecnica dell'assedio dal punto di vista piemontese.
  • Cronache del quotidiano "L'Opinione" o "Il Risorgimento" dell'epoca: Per i commenti politici sulla caduta della rocca come atto finale della "tirannia".

 

Queste fonti permettono di vedere come la storia non sia solo un elenco di fatti, ma un campo di battaglia di narrazioni opposte che ancora oggi, come abbiamo visto parlando del rapporto tra cittadini e istituzioni, influenzano la nostra percezione della nazione.


La caduta di Gaeta non passò affatto inosservata; al contrario, fu un evento mediatico europeo che scosse le coscienze delle grandi capitali.

 

Se in Italia la questione era politica, all'estero divenne una questione di sentimento e di estetica cavalleresca.

 

Ecco come la stampa e l'opinione pubblica delle due superpotenze dell'epoca vissero quegli ultimi giorni:

 

1. Gran Bretagna: Tra Realismo e Ammirazione

L'Inghilterra era il principale sponsor politico dell'Unità d'Italia, ma il suo giudizio fu sdoppiato:

  • La stampa liberale (The Times): Sosteneva con forza la causa italiana e vedeva nei Borbone un passato da dimenticare. Tuttavia, persino il corrispondente del Times non poté fare a meno di scrivere con ammirazione del coraggio della giovane Regina Maria Sofia.
  • L'opinione pubblica: Gli inglesi, amanti delle storie di eroismo individuale, furono stregati dalla "Regina Guerriera".
    La sua immagine sui bastioni, che sfidava le bombe con stoicismo, creò un'ondata di simpatia che mise in imbarazzo il governo di Londra, ufficialmente schierato con i Piemontesi.

2. Francia: Il Cuore Diviso di Napoleone III

La Francia visse l'assedio con una tensione altissima, poiché era fisicamente presente:

 

  • La Marina Francese: Per mesi, la flotta di Napoleone III rimase nelle acque di Gaeta, impedendo ai piemontesi di attaccare dal mare. Questo "scudo" fu ciò che permise a Francesco II di resistere così a lungo. Quando Napoleone III, sotto pressione diplomatica, ritirò la flotta, la caduta divenne inevitabile.
  • La stampa cattolica e legittimista (L'Univers): Fu un coro di lutto. Per i cattolici francesi, Gaeta era l'ultimo baluardo del diritto divino contro l'ateismo rivoluzionario. Maria Sofia venne paragonata a Maria Antonietta o a una moderna Giovanna d'Arco.
  • Il mito di Maria Sofia: Parigi fu il centro della creazione del "mito".
    La Regina, sorella della celebre Sissi (Imperatrice d'Austria), divenne un'icona di stile e coraggio. Persino gli intellettuali che odiavano l'assolutismo rimasero affascinati dalla sua figura romantica.

La Geopolitica dell'Assedio

 

Per capire perché l'Europa guardasse Gaeta, bisogna guardare la mappa del conflitto:

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Il Giudizio della Storia

 

Mentre i governi guardavano ai trattati, i popoli guardavano al dramma umano.

 

La caduta di Gaeta segnò la fine dell'Europa dei Troni e l'inizio dell'Europa delle Nazioni.

Tuttavia, il modo in cui Francesco II e Maria Sofia uscirono di scena garantì loro un rispetto che i Borbone avevano perso negli anni precedenti.

 

Come scrisse un giornalista francese dell'epoca:

"Hanno perduto un trono, ma hanno guadagnato l'immortalità nella leggenda."

 

Questo sentimento europeo di "pietas" verso i vinti fu ciò che alimentò, negli anni successivi, la resistenza interna nel Sud Italia, spesso appoggiata finanziariamente e moralmente proprio da quelle corti europee che avevano visto Gaeta cadere.


Il "mito di Gaeta" fu il carburante ideologico che trasformò una sconfitta militare in una guerriglia legittimista durata quasi un decennio.

 

Senza l'esempio di resistenza dei sovrani a Gaeta, il brigantaggio post-unitario sarebbe stato probabilmente solo un fenomeno di criminalità rurale; grazie a quel mito, divenne una “guerra civile”.

1. Il Palazzo Farnese: La "centrale" della resistenza

Dopo la caduta di Gaeta, Francesco II e Maria Sofia si stabilirono a Roma, a Palazzo Farnese. Da lì, il Re non smise di considerarsi il legittimo sovrano.

  • Il governo in esilio: Venne creato un comitato che manteneva i contatti con le province meridionali. Il "mito" della Regina eroica e del Re martire serviva a dire ai contadini e agli ex soldati sbandati: "Il Re non è fuggito, il Re vi aspetta per tornare".
  • La propaganda: Furono stampati migliaia di opuscoli e immagini dei sovrani che venivano distribuiti clandestinamente nelle campagne per alimentare la speranza di una Restaurazione.

2. Dalla divisa alla macchia: I soldati di Gaeta

Migliaia di soldati borbonici che avevano combattuto a Gaeta, una volta tornati a casa, si rifiutarono di servire nell'esercito piemontese (la leva obbligatoria era vista come un sopruso).

  • Molti di loro si diedero "alla macchia", unendosi alle bande di briganti. Portavano con sé l'esperienza militare e l'orgoglio di aver servito a Gaeta.
  • Per loro, il brigantaggio non era banditismo, ma la continuazione della guerra interrotta il 14 febbraio 1861.

3. I "Crociati" stranieri e José Borjès

Il mito di Gaeta attirò nel Sud Italia nobili e militari da tutta Europa (spagnoli, francesi, bavaresi) che vedevano nel Mezzogiorno l'ultima truppa della cristianità contro il liberalismo.

  • L'esempio più celebre è il generale spagnolo José Borjès, che sbarcò in Calabria nel 1861 con l'obiettivo di inquadrare militarmente le bande di briganti (come quella di Carmine Crocco) in un vero esercito nazionale. Il suo tentativo fallì, ma dimostrò quanto il "mito" avesse risonanza internazionale.

4. Il Re come simbolo del "Mondo Perduto"

Per il contadino meridionale, il "Re di Gaeta" divenne una figura quasi religiosa.

In un Sud sconvolto da nuove tasse e leggi sconosciute, il vecchio Re rappresentava l'ordine, la tradizione e la protezione contro i "galantuomini" (la borghesia liberale) che stavano acquistando le terre comuni.


Le Fonti di questa analisi

Per ricostruire questo legame tra Gaeta e la resistenza successiva, le fonti principali sono:

 

1.     Franco Molfese, "Storia del brigantaggio dopo l'Unità" (Feltrinelli): L'opera più completa per capire come la politica borbonica da Roma abbia influenzato militarmente le bande.

2.     Carmine Pinto, "La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870" (Laterza): Uno dei testi più recenti e autorevoli che analizza il conflitto non solo come rivolta sociale, ma come vera e propria guerra civile tra due diverse idee di nazione.

3.     Giacinto de' Sivo, "I Napolitani al cospetto delle nazioni civili": In questo opuscolo, scritto durante l'esilio, de' Sivo incita esplicitamente alla resistenza, fornendo la base teorica per la lotta contro l'Unità.

4.     Marc Monnier, "Notizie storiche sul brigantaggio" (1862): Una fonte liberale contemporanea che, pur condannando i briganti, documenta con precisione quanto fosse forte l'influenza del governo borbonico in esilio su di loro.

5.     Diari di José Borjès: La sua cronaca del tentativo di sollevare il Sud è una prova diretta di come il mito dei Borbone fosse il motivo principale per cui soldati stranieri rischiavano la vita in Italia.

 

Il "solco" di cui parlavamo all'inizio tra élite e popolo trovò nel brigantaggio la sua manifestazione più violenta: da una parte un'élite che voleva "fare l'Italia", dall'altra un popolo che si stringeva attorno a un "mito" per difendere la propria identità.

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